Quando ero bambina ero affascinata dai caleidoscopi… non so se ve li ricordate: quelli di una volta con i pezzetti di vetro colorato dentro un tubo di cartone con le pareti interne di specchio… quelli belli erano pesanti per le mie mani da bimba e mi affascinava il rumore che producevano mentre li giravo… il rumore di ciottoli appuntiti che trillavano come campanelle e accompagnavano il formarsi delle figure mentre guardavo: fiori multicolori, forme che scomparivano all’istante… colori accesi, illusioni ottiche che duravano un secondo e fuggivano mentre tentavo di definirle… passavo le ore con l’occhio incollato al mirino!

I caleidoscopi di oggi sono di plastica, non hanno la stessa magia… ma non importa: il mio caleidoscopio l’ho ritrovato nel mondo dell’improv!

Ci ripensavo ieri in tarda serata: sono alle prese da giorni con il top che sto facendo per il nostro gioco; ho voluto mettermi alla prova scegliendo deliberatamente di creare forme libere e di pormi in un successivo momento il problema di raccordarle fra loro…  

Ogni pezzo “nuovo” lo metto sul mio design wall e provo a muoverlo per armonizzarlo con i precedenti; se una prova mi soddisfa la fotografo per ricordarla e subito provo a modificarla: ogni volta appare un disegno diverso che sconvolge la percezione del tutto! È un caleidoscopio: le immagini si frantumano, si capovolgono, si mescolano ed ogni volta penso: “ecco questa è quella giusta!” ma non è così perché la prova successiva mi fa intravedere una nuova forma! E non serve fare foto, le foto invecchiano rapidamente perché nel frattempo qualcosa è cambiato, qualche pezzo è stato tagliato e ricomposto, ruotato, ricucito nuovamente…

Nella mia testa si susseguono le immagini, il mio quasi top si anima, mi mostra il suo volto sorridente, fa un inchino, uno sberleffo e fugge via e mi lascia con l’ultima versione cristallizzata sul muro… 
E' questa la migliore? 
Non lo so, probabilmente no, forse era quella di venti foto fa ma valla a ricomporre, ormai ho tagliato e lei è irraggiungibile… 

Non so se avete capito… per me è questo l’improv: un saltimbanco che mi affascina e mi regala caleidoscopiche visioni.

Mi direte che sono solo stoffe, solo modesti tentativi di creare cose belle; mi direte che esistono centinaia di pattern meravigliosi (e ne ho apprezzati e realizzati tanti anche io!), che è più semplice seguire le istruzioni… vi rispondo che senza provare l’improv non si può capire. Provate a giocare con le vostre stoffe, a lasciar libera la mente, a cercare di inseguire un sogno… male che va si cambia, si prova di nuovo finché non arriva il momento che il cuore vi dice: sì, assomiglia a quel che volevo! Mi posso fermare e cucire! E che soddisfazione allora!
Buon improv… vi auguro di trovare il vostro caleidoscopio e sognare.

Venezia, Roma, Trieste. Queste sono le nostre sedi. Ci separano 700 chilometri, non ci siamo praticamente mai viste di persona. Ok, c’è stato un incontro tra Paola e Giovanna a Trieste, e abbiamo preparato piani per raggiungere Carla a Roma (che al momento non hanno una data) ma la nostra passione comune viaggia quasi esclusivamente sul web.   
La distanza non è un limite: accende la curiosità!
Quando un dialogo sull’improv è stato avviato, non si ferma più: ci sembra di popolare lo stesso laboratorio dedicato al cucito, lo studio virtuale che abbiamo costruito funziona come se fosse vero. Quilt Improv Studio è la base di partenza per molte avventure che corrono su di un filo.

L'Improv in Italia è poco conosciuto e ci piacerebbe che venisse praticato di più… il mondo è pieno di quilter che sperimentano l’improv! 
Confrontando le nostre conoscenze in materia, ci stiamo avvicinando a diversi artisti, nuovi modi di affrontare un lavoro di questo tipo, ci lanciamo stimoli e fonti di riflessione… abbiamo dimenticato la distanza che ci divide, non importa che non ci si sia mai incontrate di persona tutte e tre, il legame si è formato!
Da due mesi abbiamo lanciato l’ Orange Summer Challenge, e, con stupore e gioia, abbiamo visto che ha raggiunto quilter di tutto il mondo! 
La cosa che più ci affascina della nostra collaborazione è il fatto che non abbiamo altro fine che quello di ampliare le nostre conoscenze sull’improv e di coinvolgere, se possibile, nuove quilter interessate ad esso.   
C’è ancora tempo per chi voglia provare… non c’è nulla da perdere, l’unico rischio che si corre è di divertirsi, conoscere persone nuove ed innamorarsi dell’improv!

E mentre voi iniziate o finite il vostro Summer Improv Quilt sappiate che noi siamo già al "lavoro", le telefonate e i messaggi continuano anche in questo periodo e stiamo mettendo le basi per quello che sarà il nuovo gioco. Quindi fate attenzione alle nostre storie sul profilo Instagram @quiltimprovstudio perché prossimamente vi coinvolgeremo su alcune scelte del nuovo gioco per sapere qualcosa in più sulle vostre preferenze.
L'ultima cosa da dire? In mezzo al fiume di parole e di idee che caratterizzano le nostre videochiamate c'è spazio anche per molte risate! E anche questa è una cosa che apprezziamo molto!

Fin dall’inizio della mia avventura con il patcwhork, la maggior parte dei lavori che ho cucito è stata a forma di pannello murale.
Ho completato un quilt copriletto matrimoniale, delle copertine per bambini appena nati, dei lunghi centrotravola. Ma ho sempre preferito i quilt da appendere.

Se una tela viene posta su un muro, è il caso che sia dotata di un titolo, giusto?

I miei quilt sono spesso astratti, ma per la mente è facile individuare una figura che emerge dall’insieme dei segni astratti. Spesso scelgo un titolo che rispecchia quello che vedo spuntare nel quilt, già in corso d’opera o a fine lavoro, e sicuramente non prefisso idee iniziali: perchè non sottolineare le sorprese che il metodo improv ci può riservare?

Presto mi sono resa conto che i soggetti intuiti in uno schema astratto da osservatori diversi, possono essere i più vari: sia vicini al mio titolo, che distanti ed aperti ad altre possibilità. Per questo motivo, ho iniziato a cucire, in fase di quiltatura, le visioni evocate dalle persone che hanno visto il mio lavoro, e lo hanno commentato anche prima che fosse finito. Questo scambio vivace, che mi incoraggia, diventa innestato nel quilt sotto forma di corsivo fatto di filo, anche se il titolo definitivo avrà una parola sola.

In altre occasioni ho fatto scelte più ardite.
Riguardando i miei primi quilt, mi è capitato di ricordare quello che stava succedendo nei giorni in cui li preparavo. Avevo provato questa esperienza anche con i disegni, compresi quelli fatti da ragazzina, e con le fotografie, magari scattate anni fa: erano in grado di far riemergere i ricordi del periodo in cui li realizzavo, compresi eventi che non avevano niente a che fare con il soggetto dell’immagine. A quel punto, mi è venuta voglia di lasciar briglia sciolta a queste associazioni mentali, e ho iniziato a fissare, nel titolo del quilt, un momento speciale avvenuto durante la sua composizione. In fondo, con un quilt, ci si può fare quello che si vuole, no?
Alcuni di questi titoli racchiudono memorie molto personali. Possono cristallizzare istanti magici. Come nel caso di “Marionette”. Questo nome conserva l’attimo fuggevole di un gioco che stavo facendo con mio figlio, in terrazza, dopo aver ritagliato dei personaggi di carta da tenere appesi ad un filo tenuto in mano. L’aria era frizzante, faceva vibrare le figurette come se fossero ballerine... saltellavano nel vento... sembravano vive! “Marionette” è diventato il titolo del quilt che stavo finendo in quei giorni, pieno di quadrati fluttuanti. Il legame tra i quadrati del quilt e le marionette danzanti si nota appena, ma quei minuti giocosi sono conservati per sempre, agganciati alla tela del quilt.

Titoli come questi sono meno rappresentativi dell’immagine visibile sul quilt, e diventano piuttoso espressione delle emozioni provate durante la realizzazione di quel pezzo. Certo che, se si inventano collegamenti azzardati, le conseguenze possono essere buffe.

Durante la composizione del quilt per la Orange Summer Challenge, sono andata in montagna per il weekend: era la prima vacanza all’aria aperta dell’anno, dopo mesi passati rigorosamente a casa. Ho incontrato degli amici, e abbiamo fatto una lunga passeggiata nel bosco. Verso la fine della gita, si stava facendo tardi, e l’unico modo per tornare indietro velocemente era attraversare a piedi nudi un tratto di fiume, dato che i ponti consciuti erano troppo lontani. Ho cercato un punto in cui l’acqua non fosse troppo profonda, e ho immerso le gambe. Il fiume era gelido! I piedi protestavano! Eravamo un gruppo di nove persone, con figli e parenti. L’età andava dai dieci mesi (di una bimba che stava ben asciutta sulle spalle della mamma) ai settant’anni (di una nonna che ha attraversato il fiume con passo sicuro e disinvolto!) Dopo i timori iniziali, è stata una gioia rialzare lo sguardo e ritrovarci tutti assieme, dall’altro lato del fiume. Premio finale, un buon pranzetto, nella locanda raggiunta appena in tempo prima che iniziasse a piovere!

Quando sono tornata a casa, ho finito di cucire le nove log cabin tondeggianti del mio quilt, e l’ho intitolato “Guado”: avevo un ricordo splendido da conservare con cura.

Qualche giorno dopo, nel confrontarci sui lavori cuciti in quei giorni, Giovanna stava commentando la foto del mio ultimo quilt, e mi ha chiesto: “Dov’è il fiume del guado?”. Ho dovuto ammettere: “Nel quilt, il fiume non c’è”. Il soggetto astratto era flebilmente collegato alla storia, io ci vedevo il simbolo dei nostri nove visi radiosi, ma non avevo incluso nessun segno di fiume, e nemmeno i colori lo suggerivano: c’erano solo caldi arancioni... Giovanna ha insistito: “Intendevo: dov’è quel fiume, geograficamente”. Ho tirato un sospiro di sollievo: a quello, sì, sapevo rispondere! Adoro parlare dei fiumi della mia regione.

Forse, il limite delle intitolazioni bizzarre non l’ho ancora superato. Ma in fondo, quanti modi si possono inventare, per fare la scelta di un titolo?